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Somiglianze e Differenze

Il SoDif del Prof. Remotti che tanto ci può aiutare nella pratica clinica e per un'evoluzione personale.



"Somiglianze - Una via per la convivenza", Editori Laterza, 2019, del Prof. Francesco Remotti rappresenta per me, come da pulsione ho scritto anche al sopracitato autore, "un mattone per ricominciare il mondo".

Nulla è identico e nulla è talmente diverso da non condividere qualcosa. Tutto è unico e ogni cosa ha in sè granelli condivisi dell'Universo. Siamo un "groviglio" appena semanticamente (vedi articolo Semantica) accennato che si SoDif (Somiglia-Differenzia) istante dopo istante, giorno dopo giorno, a se stesso, agli altri e a ogni cosa. SoDif è la relazione di co-appartenenza e condivisione - in ogni momento - di somiglianze e quindi di differenze (e/o viceversa) degli elementi costituenti gli enti, viventi e non; per "viventi" ci rifacciamo alla definizione derivabile dai lavori di Daniel Dennett (2018): sistemi complessi evoluti per tentativi di prossimità del processo di ricerca&sviluppo, senza progetto intelligente, con vari gradi di consapevolezza delle proprie competenze e con il mantenuto principio della conservazione energetica che tende a renderli autonomi, e quindi sopravvivere, il più possibile nello spazio-tempo.

Ognuno di noi è un "fascio" di molteplici variabili che ci costituiscono in un dinamico movimento e flusso e si relaziona con i "codici fondamentali di una cultura, quelli cioè che ne governano il linguaggio, gli schemi percettivi, gli scambi, le tecniche, i valori, la gerarchia delle sue pratiche; questi codici definiscono fin dall'inizio, per ogni uomo, gli ordini empirici con cui avrà da fare" - Foucault.

In questa "confusione generata dal SoDif", in cui angosciantemente ci assomigliamo tutti e a agni cosa ma allo stesso tempo siamo "solamente" noi, si rende necessaria l'associazione, la categorizzazione. Le categorie mettono insieme le cose in maniera selettiva, fino a che nuove analogie non provocano un'estensione o una modifica dell'assetto categoriale precedente. Nella visione degli autori Hofstander e Sander questa "categorizzazione tramite la creazione di analogie" ha come scopo quello di "mettere tutte le cose in scatole mentali stabili e rigide".

L'ergersi immatubaile dell'identità quindi diventa un irrigidirsi, uno strappo dal SoDif necessario, visto che quest'ultimo ci fa sussultare nel farci sentire solo appena "semanticamente accennati" nella complessità dell'esistenza. La "visione dell'identità categoriale" è, citando i Prof. Remotti, una delle "manipolazioni" del SoDif e la sua motivazione va probabilmente rintracciata nella forte carica di stabilizzazione e rassicurazione che l'ordine categoriale fornisce, specialmente quando si avverte la natura instabile e infida della somiglianze.

Pensiamo alle categorie diagnostiche psichiatriche, che nella mente di alcuni, sistemi e persone, diventano "recinti" in cui vengono "osservate" persone pericolose, incapaci, impossibilitate, cieche nello loro insalvabile solitudine. La "follia" diventa più comprensibile e meno angosciante per la nostra esperienza se oggettivata nell'emarginazione e nel suo presunto disumanizzante valore. Essendo un problema potenzialmente fuori il "mio controllo" e al di là della "mia stima" di comprensione, recintarlo "mi fornisce" empowerment (pensate a quante volte vengono negate esperienze e "semplici" diritti agli utenti psichiatrici per la nostra paura di non essere in grado di gestirli nella loro potenziale crisi: proviamo a dare gli strumenti di autodeterminazione e libertà senza supportare il coraggio di andare avanti...).

Pensiamo inoltre, sempre interpretando la teoria del SoDif del Prof. Remotti, al "saltare alle coclusioni", "errore di pensiero" che spesso utenti psichiatrici, e non solo, commettono (bias metacognitivi): è un estremo consolatorio dell'umana-ossessiva tendenza a raggruppare per comprendere e quindi gestire, o almeno illudersi di poterlo fare? Questa umana-ossessiva tendenza a raggruppare parte forse dall'angoscia dell'indifinitezza lasciata dalle analogie del SoDif che pullulano fuori e dentro di noi? Per aiutarci a inquadrare meglio il concetto di "soggettività nel SoDif", possiamo dire che noi siamo e nasciamo Dividui e tali rimaniamo. I soggetti e i sistemi sono gli stessi interventi che il nostro sistema di relazioni crea come risposta di maggiore coerenza (semanitca), così da rendere più tollerabile il caos e lasciare comunque margini di indeterminazione e quindi di potenzialità. Siamo la tela senza il tessitore, i racconti ci tessono e noi proseguiamo le nostre azioni da lì. Siamo grovigli di SoDif appena un po' determinati. L'io è probabilmente il risultato dell'intreccio e, nel contempo, la capacità e l'esercizio dell'intrecciare. Un io auto-somigliante ed etero-somigliante, non un io-roccia ma un io-intreccio, che al meglio deve essere un intreccio di filo robusto, resiliente e ben curato/trattato, il quale emette azioni top-down di presa in carico rispettosa degli impulsi omeostatici bottom-up (Remotti 2019; Dennet 1993). L'identità non esiste, è un agglomerato più o meno stabile e temporaneo di SoDif. Secondo Seung (2013) esiste un sé molto rapido e dinamico (fiume), che è quello cosciente, e un sé molto più stabile e lento, che è quello delle memorie antiche e d'infanzia (letto del fiume): si plasmano a vicenda nella loro relazione di contatto.


Allora ben venga l'accettazione della nostra (di tutti e tutto) dinamicità incerta, ma ricca quindi di vitalistiche e straordinarie possibilità nelle quali possiamo avere l'impegno (e reciproco supporto) di stare. Avere fiducia nella complessità delle possibilità.


Grazie al Prof. Francesco Remotti e colleghi per questo nuovo "mattone" che meglio struttura la nostra comprensione di noi e del mondo a cui apparteniamo.

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