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Trattamento dei disturbi del comportamento alimentare: dalla creatività al problem solving

Abbiamo mai pensato a come utilizzare la Creatività nella nostra quotidianità? E se fosse uno strumento efficace per il trattamento dei Disturbi Alimentari?


Per Creatività s’intende la capacità di pensare e creare qualcosa di nuovo, di andare oltre i propri schemi. Nell’immaginario comune, la creatività viene spesso associata soltanto alla figura dell’artista o al bambino. In realtà, si tratta di una capacità e come tale può essere allenata e coltivata nel tempo. Essere creativi, ci permette di osservare la realtà prendendo in considerazione punti di vista differenti, avendo così un quadro più chiaro e completo delle situazioni in cui ci troviamo. Pertanto, la Creatività può essere definita come l’elemento cardine del Problem Solving. Per Problem Solving, s’intende un vero e proprio metodo strutturato per la risoluzione dei problemi che, seguendo delle tappe specifiche, ha come obiettivo quello di trovare di volta in volta strategie efficaci a fronteggiare situazioni di natura pratica/interpersonale personale e momenti di crisi(1). Effettuare un training di Problem Solving, permette al soggetto di sviluppare gradualmente una maggiore flessibilità e consapevolezza rispetto alla propria capacità di pianificare e attuare strategie sempre nuove ed alternative, elaborate ad hoc per ogni situazione. In una meta-analisi di 31 studi relativi all’uso del problem solving, è emersa una significativa efficacia dell’utilizzo di questa tecnica rispetto ai trattamenti standard, all’assenza di trattamento ed al placebo(2). Tale strumento, può essere utilizzato nel trattamento dei Disturbi Alimentari con l’obiettivo di potenziare la visione globale (riducendo l’attenzione al dettaglio) e la flessibilità cognitiva, deficit che accomuna i diversi profili neuropsicologici di soggetti con Disturbi Alimentari. Esso, infatti, sembra persistere anche in seguito ad un recupero del peso e sembrerebbe essere il marcatore di tratto, nonché endofenotipo dei Disturbi dell’Alimentazione(3). Proprio per la presenza di questo deficit, persone con disturbi alimentari tendono ad essere particolarmente rigide, ad evitare cambiamenti di routine piuttosto che modificare/rivalutare le proprie idee e convinzioni. A volte, come nel caso della Bulimia Nervosa, si osserva anche una componente impulsiva importante, unita ad un controllo inibitorio carente(4). Un training di questo tipo, può essere uno strumento efficace per lavorare sia sulla rigidità che sull’impulsività. Infatti, allenarsi a trovare soluzioni differenti, permette al soggetto di sviluppare un bagaglio più ampio di strategie da pianificare e applicare, riducendo la tendenza a mettere in atto strategie stereotipate e poco strutturate. Allo stesso tempo, sviluppando consapevolezza rispetto alla propria capacità di fronteggiare e rispondere alle richieste dell’ambiente, si può ottenere una riduzione della diffidenza nei confronti del cambiamento, allenando sempre più la capacità di uscire fuori dai propri schemi. A tal proposito, è preferibile un setting di gruppo, al fine di stimolare il confronto e la valutazione di più punti di vista. Inoltre, esso offre la possibilità di osservare come modelli sia i conduttori che gli altri partecipanti, ricevendo feedback e supporto da entrambi(5).

Dott.ssa Noemi Liburdi

Per

PRoMIND-Servizi per la Salute Mentale Srls

Bibliografia

1. Barbieri L., Boggian I., Lamonaca D., (2008). Metodologia. In Problem Solving nella Riabilitazione Psichiatrica, pp 30-31.

2. Maoluff J.M., Thorsteinsson E.B. e Shutte N.S. (2007), “The efficacy of problem solving therapy in reducing mental and physical healt problems: a meta-analysis”. Clinical psychology Review, vol. 27, n.1, pp 46-57.

3. Holliday J, Tchanturia K, Landau S, Collier D (2005). “Is Impaired Set-Shifting an Endophenotype of Anorexia Nervosa?” In American Journal of Psychiatry. 162; 12 :2269-2275.

4. Jàuregui-Lobera (2013). “Neuropsychology of Eating Disorders: 1995:2012”. In Neuropsychiatric and treatment, 9: 415-430.

5. Kanas N. (2000), “Terapia di gruppo con i pazienti schizofrenici: un approccio omogeneo a breve termine”. In A. Costantini, Psicoterapia di gruppo a tempo limitato, Milano. McGraw Hill.

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